La salute mentale dipende anche dall’assunzione di buoni cibi.

La rivista “Clinical Psychological Science” ha pubblicato di recente una raccolta di articoli che indagano il rapporto tra ciò che mangiamo e il nostro benessere mentale.
Gli studi presenti nell’articolo affrontano in dettaglio nutrienti e stili di vita ed evidenziano ad esempio che la “dieta mediterranea” con prevalenza di vegetali, olio d’oliva, pesce, semi, frutta fresca e secca, associata ad esercizio fisico regolare e relazioni sociali attive, predice un minor rischio di ansia e depressione.
Ma possiamo dire che non lo sapevamo già? E’ una ulteriore autorevole conferma.
I dati sono stati ricavati da 11.800  partecipanti universitari ad uno studio longitudinale (dati raccolti col passare del tempo) e le variabili ottenute agivano in modo indipendente nel produrre il minor rischio scoperto.

Al seguente link trovate una bella descrizione del lavoro in italiano.
http://www.lescienze.it/news/2016/11/23/news/legame_alimentazzione_salute_mentale_-_finire-3322078/

Mi sorgono spontanei i seguenti pensieri.
Non è tanto il cibo in sè a farci bene o male posto che non sia avvelenato e che chi lo assume non sia allergico a qualche costituente.
Lo sappiamo tutti che è come lo utilizziamo a fare la differenza.
Ad esempio io penso sia poco sano esasperare la nota frase di Socrate facendolo diventare un farmaco.
Io credo sia molto importante che il cibo mantenga la dimensione naturale di qualcosa di molto buono da mangiare.

Ognuno di noi sa che una banale difficoltà digestiva innesca o peggiora un malumore.
Ognuno di noi sa che una persona perfettamente sana che esageri con quantità o cattiva qualità di cibi, o che mangi nervosamente o in un contesto non sereno o da arrabbiata, si troverà a fare i conti poco o tanto dopo con la realtà delle conseguenze.
Se poi l’eccesso o la carenza diventano una radicata abitudine, peggio che mai: presto o tardi, riceveremo una dolorosa sveglia da qualche organo stremato.
Qualcuno potrebbe dire di aver vissuto alla grande fino a quel momento e magari è così.
Per molte persone invece i sintomi spiacevoli percepiti alimentano cattivo umore che non aiuta a vivere e che a sua volta alimenta gli stessi disturbi o ne produce di nuovi.

Per fortuna abbiamo un organismo dotato di raffinatissimi ed efficacissimi modi per contenere e gestire al meglio le nostre intemperanze. Ma anche LUI fa quello che può.

Il nostro organismo è proprio speciale, attendibile e in grado di suggerirci in ogni istante i comportamenti migliori da tenere e le scelte più opportune.
Lo fa per mantenere il suo equilibrio ed ottimizzare le sue prestazioni.
Non è meno efficace nell’offrirci una guida sicura anche nei conflitti psicologici che somatizziamo vista la stretta relazione interdipendente tra mente e corpo.
Basterebbe ascoltarlo con pazienza ed attenzione; imparare, comprendere ed agire di conseguenza.

Rallentare un po’ potrebbe essere utile o addirittura necessario: mindfulness.

Lo stato di stress non fisiologico* produce sofferenza a mente e corpo.
Nel mio lavoro di dietista l’apparato gastro-intestinale, nel bene e nel meno bene, è sempre presente.
Il reflusso gastro-esofageo o il colon irritabile, sono esempi diffusissimi di possibili conseguenze di uno stile complessivo di vita non consono, non adattato.
Le persone mi raccontano di essere nervose per questi disturbi, molto nervose.
A volte i disturbi sono così acuti e persistenti da essere invalidanti.

Dove c’è dolore quasi sempre c’è errore, disse un saggio.

Mindfulness è una proposta che suggerisco per imparare e allenare la capacità di non star male per cause evitabili.
Potremmo quasi dire che è più facile star male che star bene.
La consapevolezza aiuta a rendere difficile ciò che è facile (come mantenere cattive abitudini) e aiuta a rendere facile ciò che spesso sembra difficile o impossibile.

 


 * Con “non fisiologico” intendo ciò che va oltre i limiti accettabili per il nostro organismo in termini di intensità e durata. Considero invece “stress fisiologico” detto comunemente allenamento, lo spingere l’organismo per tempi adeguati, da minuti a qualche ora, a compiere attività intorno o poco oltre il limite fisiologico. Ad esempio, allenarsi per una maratona comporta un progressivo aumento dell’intensità di lavoro di alcuni muscoli ma anche di tutto ciò che a questo è legato come l’aumento della capacità respiratoria e metabolica visto che verrà richiesta progressivamente più energia.
La foto è una delle mie colazioni invernali, aggiungo te o bevanda di soia o yogurt ai fiocchi di avena tostati con qualche uvetta e semi di girasole.   Per me è molto piacevole.
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