Venezia a caccia di “schei”

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Laguna Luna Park e la bonifica umana a caccia di “schei”
LA CITTÀ IN VENDITA SCOMPARE – Il chiostro di San Pietro di Castello sarà sfollato per metterci co-working e co-living, area fitness, scuola di hôtellerie


DI FILIPPOMARIA PONTANI
15 NOVEMBRE 2022
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Gli ottocento ettari di palazzi e canali che il mondo ci invidia rappresentano un nuovo Eldorado che chiede solo di fruttificare”. Così l’avido assessore del romanzo apocalittico della velista Isabelle Autissier (Le naufrage de Venise, Stock 2022), in cui Venezia affonda diroccata nel cupio dissolvi di sindaci rapaci, inerti nobilastri e tecnologie ostili. Eccolo, il naufragio, ora e qui: attività produttive al collasso, residenti sotto i 50mila, scuole e presidî sanitari smantellati. Ciliegina: otto famiglie e un cantiere navale sfrattati, perché ostano all’Eldorado.

La chiesa di San Pietro di Castello fu sede vescovile fino al 1807, quando Napoleone tramutò in caserma il chiostro del Palazzo Patriarcale: dopo l’ultima guerra vi si insediarono profughi giuliani; da oltre 50 anni vi abitano regolarmente alcuni cittadini, ora di troppo. Ora il Comune (viva il “federalismo culturale demaniale”: la delibera è di ottobre 2021, ma ora serpeggiano malumori perfino nella maggioranza, con pezzi di Lega e FdI che si smarcano) punta sulla “valorizzazione culturale” dell’area per mano dell’immobiliare francese Artea, che con una ventina di milioni ne riscoprirà la “vocazione monastica” di incontro e di studio: spazi di co-working e co-living, area fitness, centro congressi, scuola internazionale di hôtellerie, ristorazione nell’area verde, caffè letterario e… una foresteria di lusso; lo stesso fa Artea nel complesso di Sant’Orsola a Firenze, tra i gridolini del sindaco Nardella.

“Abitare è cultura, ben più del corso di fitness”, esclama il giovane studioso e attivista Giacomo Maria Salerno. E invece, la bonifica umana: fuori le famiglie, dentro “economisti, ingegneri, designer e policy makers”: ospiti danarosi. A metà strada tra le sedi della Biennale, quest’angolo di Venezia fa gola: “solo i privati hanno i soldi per restaurare”, si dice – ma allora i 170 milioni 170 del PNRR largiti alla Biennale stessa for no reason? Fuori i cittadini comuni, dentro l’“ospitalità d’impresa”. Fuori la cultura locale, dentro Fondazioni, mostre, spettacoli d’importazione. Mille firme – rivolte al Comune e all’Unesco – invocano la salvaguardia del fine abitativo, dell’area archeologica sottostante, dello spazio verde pubblico.

Paradossi: l’amministrazione – il sindaco Luigi Brugnaro (la lista “Noi moderati” a Venezia ha preso il 3,6%) – con una mano vuole imporre un biglietto d’ingresso alla città storica, consacrando, col pretesto di controllare i flussi, la mutazione in luna park a pagamento (e anche qui mal di pancia in Giunta, una manifestazione contraria il 19, i dubbi di Zaia); con l’altra moltiplica le vie d’accesso dalla terraferma. Un hub di interscambio terra-acqua nel parco di San Giuliano. Un altro nella zona dei Pili (su terreni già di società del sindaco). Un collegamento tra Ca’ Noghera e Burano, scavando barene e canali per favorire il transito di turisti e pendolari nell’unico lembo “primigenio” della Laguna, di flora e avifauna. In odore di Olimpiadi, un allaccio su rotaia TAV con l’aeroporto tramite un tunnel sotterraneo “a cappio” che entra ben dentro la gronda lagunare, alterandone l’equilibrio e spazzando via un intero villaggio (pende a giorni un ricorso al TAR del Lazio, mentre un progetto alternativo – treni navetta meno costosi e impattanti – dorme in un cassetto). E poi le Grandi Navi, estromesse dal bacino di San Marco, pronte ad attraccare a Porto Marghera: nuovi scavi di canali, e il brivido di incagli o collisioni tra mastodonti del mare in zona stra-inquinata a rischio Seveso.

Progetti reali, questi, con tanto di studi del Comune. Idem per la nuova Torre residenziale alta 70 metri nel villaggio San Marco a Mestre (lo skyline ora non supera i 24; ma la torre sarà green): stravolgerà il tessuto sociale e urbanistico di un quartiere già modello di edilizia popolare, insidiando il sistema delle risorgive (se l’Osellino esonda, mezza città a mollo). Più avanzato ancora l’iter del “Bosco dello Sport”, che usa i fondi del Pnrrnon per bonificare i terreni di Marghera, né per le aree degradate di Mestre (sempre più violente e insicure) o per ripopolare la città storica (epocale la cilecca in materia delle giunte da Cacciari in poi), bensì per costruire un’arena e uno stadio: cemento e asfalto verso Tessera, addio ad aree agricole, stagni e luoghi tutelati – ma tanto, un Piano paesaggistico la Regione del “moderato” Zaia non l’ha mai steso. Ci giocherà la Reyer.

La “Capitale mondiale della sostenibilità” (vien da ridere) è sotto assedio. Il Pd locale – già intimo dei poteri forti, tra filosofemi d’accatto e ciance di “creative class” – è stato umiliato dalle candidature paracadutate di apparatchnik romani (Fassino, Lorenzin). I Rettori del sapere cangiano ospedali in hotel, si rifugiano all’Eni o in Fondazione, si fanno alfieri di Calenda. Restano manifestazioni, ricorsi al TAR, controproposte migliori sempre scartate: tutto in mano a un pugno di meritorie associazioni (Italia Nostra, NoGrandiNavi, il movimento “Tutta la città insieme” dell’infaticabile consigliere Giovanni Andrea Martini) e al Movimento 5 Stelle, la cui ex parlamentare Orietta Vanin, dopo 4 anni di interrogazioni e battaglie in Senato e in Commissione Cultura, presenta ora all’Unesco un rapporto che dettaglia quanto l’azione di Brugnaro contraddica le misure prescritte dall’Ente per evitare il declassamento di Venezia nella lista del “Patrimonio in pericolo”.

Nell’isola di Sant’Elena, intanto, Invimit prepara un residence di lusso “Silver House” per cullare gli anni ultimi di anziani danarosi (altro che Thomas Mann). Accanto, proprio a San Pietro di Castello, nell’area verde dietro la chiesa (in pectore giardinetto del residence) scavi epocali hanno retrodatato i primi insediamenti in Laguna al V-VI secolo. Altri reperti di VII-VIII, emersi agli Alberoni al Lido, paiono destinati al nuovo Museo della Laguna nell’isola del Lazzaretto Vecchio, se mai si farà (lo spazio è già ipotecato dai tentacoli della Biennale). E più a nord gli scavi di Lio Piccolo (nel comune di Cavallino, il secondo d’Italia per turismo balneare) danno ragione postuma a Tito Canal, geniale esploratore autodidatta di un mondo di pescatori e silenzio ormai scomparso: ci sono tracce romane anche in Laguna, forse la villa di un ricco Altinate commerciante in sale e vongole – il lirico docufilm storico Panorami sommersi (Controcampo 2022) si lega alla vertiginosa Venezia muta, liquida e rovesciata del regista Yuri Ancarani, pronta per il sole o il naufragio (Atlantide, 2021).

Ci sarebbe molto da scoprire, a San Pietro, al Lido e oltre. Ma al culturame confuso e patriottardo che si profila converrà davvero parlare delle fangose origini di Venezia? Meglio ricoprire gli scavi, caso mai raccontassero che questa città è figlia di un’età di crisi, non terra di autoctoni Serenissimi ma rifugio di residuati romani, Bizantini in fase di conquista, fuoriusciti longobardi, Franchi senza nome, mercanti aperti ai quattro venti. Difficile forse, per la Cultura autonoma della Regione differenziata o per l’Alto Ministero Sangiuliano, riconoscere che nella chiesa di Castello, l’augusta cattedra di San Pietro non è il marmoreo seggio dell’Apostolo cristiano giunto da Antiochia, ma un conglomerato d’età medievale sul cui schienale corrono versetti del Corano.